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Il fenomeno Blue Whale

6 giu 2017
Tempo di lettura: 3 min

Sono stato contattato questa mattina dalla redazione di Sud Look e mi è stato chiesto un parere rispetto al fenomento Blue Whale.

Devo essere sincero… Questo “gioco” della balena blu ha sconvolto anche me.

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Il “blue whale” nasce in Russia sul sito di VKontakte, ovvero il Facebook russo.

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Sembrerebbe che attraverso un codice segreto che viene scritto sulle proprie bacheche i ragazzi possano farsi contattare da un master che somministra una prova al giorno per i successivi 50 giorni.

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Le prove sono abbastanza ripetitive, ma rientrano nel più esteso fenomeno delle sfide estreme online: svegliarsi alle 4:20 del mattino ed ascoltare voci e urla di persone registrate, svegliarsi alle 4:20 del mattino e guardare un film horror, svegliarsi alle 4:20 del mattino e uscire di casa e andare a camminare sul ponte più alto della città, non parlare per 24 ore con nessuno, tagliarsi su un braccio e poi inviare la foto al proprio master…

Fino arrivare al 50º giorno in cui viene richiesto di salire sul palazzo più alto della città e buttarsi giù suicidandosi.

La prima domanda che sovviene leggendo le regole del gioco è: come è possibile che qualcuno possa parteciparvi? Come è possibile mettere a repentaglio la propria vita? Perché poi, proprio gli adolescenti?

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L’adolescenza rappresenta un periodo di passaggio, una via di mezzo, non si è più bambini e non si è neppure adulti… Per diventare adulto il compito dell’adolescente è quello di esplorare, distaccarsi relazionalmente dai genitori e crearsi un sistema di regole diverso dalle regole sperimentate in famiglia: in poche parole ridefinire la propria identità in modo coerente, integrato e autonomo.

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Il ragazzo deve provare a puntare all’autonomia da una parte, mentre dall’altra deve provare a sperimentare se stesso, le proprie capacità e i propri limiti all’interno di contesti sociali diversi dalla diade madre-bambino o padre-bambino.

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Questo periodo è estremamente delicato poichè le percezioni su se stessi variano dal percepirsi un bambino con nessuna risorsa che deve chiedere aiuto a mamma e papà per fare un semplice compito a un adulto capace, indipendente, autonomo e con risorse in abbondanza.

La confusione che deriva da questa duplice percezione di sè è il nocciolo che provoca le maggiori difficoltà dal punto di vista identitario.

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Immaginatevi di guidare una moto in autostrada e non avere paura e avere la convinzione che tanto sapreste gestirla anche a 250 km/h orari perchè non siete coscienti dei vostri limiti e non avete ancora una capacità metacognitiva così strutturata. cosa fareste? divertiamoci. acceleriamo. senti che bella l’adrenalina che sale.

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Per tutti gli adolescenti questo è il pane quotidiano.

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Il problema è quando l’adolescente si trova a dover affrontare da solo tutte queste sfide senza il supporto dei genitori.

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Allora l’adesione a gruppi delinquenziali, i comportamenti antisociali, i comportamenti automutilativi diventano quella strategia per affrontare la sensazione di non essere “visto” da nessuno, ma ciononostante essere criticato.

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E, nonostante ci sia ancora tanto da approfondire, il fenomeno Blue Whale sembra afferire a queste strategie comportamentali.

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Come comportarsi quindi?

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Controllare gli smartphone e imporre ancora più regole provocherebbe probabilmente una chiusura maggiore da parte dell’adolescente incentivando il desiderio di separazione dai genitori e il desiderio di sperimentarsi in contesti più “rischiosi”.

Credo sinceramente sia prioritario puntare alla condivisione. Raccontarsi in primis e farsi raccontare.

Raccontando ed esprimendo le nostre fragilità, emozioni e paure come genitori e come adulti diamo un messaggio importante ai nostri figli: “di questa cosa difficile, brutta, e pesante è possibile parlarne ed è possibile condividerla”.

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Se io condivido sto facendo 2 cose importantissime:

– trasmetto il valore del raccontarsi e dell’essere aperto verso le proprie difficoltà,

– trasmetto il valore del fatto che anche le cose più difficili non sono intollerabili e da nascondere ma possiamo farci qualcosa, anche solo soffrire insieme, piuttosto che sentirci da soli ad affrontare questo macigno, che ogni tanto, è la vita.

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